
Chiunque abbia frequentato luoghi selvaggi, magari in solitudine, avrà sperimentato in un modo o nell’altro, ad un certo punto, la percezione del dipanarsi del tempo e la sensazione di trovarsi di fronte e dentro ad un mondo solenne, erede e prodotto di un lungo passato. Il primo giorno del mese, prima dell’alba, percorrevo una parte del Geotrail delle Dolomiti, salendo da Selvapiana verso il Creston Popera; mentre la luce aumentava pensavo allo scatto che avevo in programma da tempo: le condizioni erano buone: aria tersa, visibilità ottima. Temperatura fin troppo alta, pensavo.
La foto sferica che ho scattato si può trovarla on line impreziosita di elementi interpretativi geologici.
Ma, appunto, finita la prima parte del lavoro ho ricominciato a salire penetrando dentro il vallone, diretto al Passo della Sentinella. Mentre mi avvicinavo, camminavo verso e sopra gli elementi che avevo fotografato dall’alto un paio di ore prima: le rocce montonate, gli accumuli di debris flow e il caos dei detriti spinti e abbandonati dall’azione dei ghiacci.
Ad un certo punto superato un gradone ci si trova di fronte ad un grande argine morenico sfondato al centro, verso valle.
Per qualche minuto mi sono fermato ad osservare, e all’improvisso è arrivata la percezione dell’abisso del tempo: prima del periodo interglaciale in cui viviamo 20.000 anni fa, dove ora crescono i cuscinetti di Carex firma, la roccia calcarea era compressa e consumata dal peso di centinaia di metri di ghiaccio; circa 20 milioni di anni fa enormi forze tettoniche hanno avviato il principale sollevamento di quello che era un antico fondale marino, oltre 200 milioni di anni fa innumerevoli microscopici organismi, abitanti di uno scomparso mare tropicale, accumulavano i materiali che formano le pareti verticali di questo fantastico anfiteatro.
La geologia ha il merito di mostrarci non solo questo mondo, ma una moltitudine di mondi precedenti, che sono esistiti in passato e che ora non ci sono più.