Perchè le Terre alte

Il senso di salire

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“[…] in montagna diventava felice, di una felicità silenziosa e contagiosa, come una luce che si accenda. Suscitava in me una comunione nuova con la terra e il cielo, in cui confluivano il mio bisogno di libertà, la pienezza delle forze, e la fame di capire le cose che mi avevano spinto alla chimica. Uscivamo all’aurora, strofinandoci gli occhi, dalla portina del bivacco Martinotti, ed ecco tutto intorno, appena toccate dal sole, le montagne candide e brune, nuove come create nella notte appena svanita, e insieme innumerabilmente antiche. Erano un’isola, un altrove.” (Primo Levi – da “Ferro” ne “Il sistema periodico”)

Le “mie” montagne sono state innanzitutto un luogo di formazione. Fin da giovanissimo ho vissuto l’andare per monti come l’occasione di una libertà meritata, e il luogo di circostanze favorevoli per imparare e per far crescere la sensibilità verso ciò che è essenziale e perciò anche grande e nobile. Tutto della montagna era desiderabile (anche le sfide e le fatiche), il tempo trascorso sui monti, fra i “nostri” sassi e nei “nostri” boschi era prezioso, cercato e custodito.
Gli anni non hanno cambiato questa percezione: entrare in una faggeta, salire una cima, attraversare una vallata, alzare lo sguardo,  notare le tracce del passaggio di una bestia o camminare a lungo in silenzio durante un rientro. Ecco: in queste cose c’è una educazione dei fatti, una semplice “evidenza di bene” che mi è sempre connaturale: l’esperienza della bellezza e della libertà non ha bisogno di parole per annidarsi spontaneamente in profondità e rimanerci, vitale.

Quando allaccio gli scarponi e carico lo zaino so bene da cosa ricomincio e cosa cerco, a quale memoria sono legato; e sono certo che anche stavolta ci sarà spazio e si farà trovare.

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