Immersione nel bianco

Immersione nel bianco, e altre occasioni.

Andare in montagna, in quello che un poeta ottocentesco chiamava “Lo strano regno bianco”, è come infilarsi tra le vecchie pellicce e trovarsi a Narnia. Nel mondo montano le cose si comportano in modo strano e inusitato. Anche il tempo si torce e si deforma. Di fronte a scale temporali cadenzate in ere geologiche, perdiamo la percezione del tempo che ci è consueta.  L’interesse e la coscienza del mondo di fuori scompaiono di fronte a una gerarchia di bisogni molto più immediati e vitali: calore, cibo, direzione, riparo, sopravvivenza; e se qualcosa va storto, anche il tempo si spezza, per riconfigurarsi attorno a quel momento specifico, a quell’incidente particolare. Tutto tutto porta lì e da lì si dipana; è come se, per quanto riguarda la dimensione temporale, acquistassimo un nuovo centro dell’esistenza. Il ritorno dalle montagne, l’uscita dall’armadio, può diventare un’esperienza che disorienta. Come Peter, Edmond, Susan e Lucy, ci si aspetta che nel frattempo tutto sia mutato. Abbiamo la sensazione che la prima persona che incontriamo debba afferrarci per un braccio e chiederci se tutto va bene, e magari esclamare: “quanti anni sei stato via!” Di solito, invece nessuno si è accorto della nostra assenza tutto e ciò che abbiamo vissuto è in larga misura incomunicabile a coloro che non hanno avuto esperienze simili. Tornando alla vita quotidiana dopo un viaggio in una regione montuosa del mondo, mi è capitato spesso di sentirmi come uno straniero che, rientrando a casa dopo molti anni passati all’estero, non riesca ad adattarsi e abbia l’impressione di aver vissuto esperienze che non può esprimere a parole.

R. Macfarlane “Montagne della mente”.

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