Piccolo Colbricon

Lo scialpinismo è davvero l’antinomia dello sci-impianti-di-risalita.
Lo abbiamo visto il turismo predatorio che trasforma l’alpe in un luna park, il marketing che mercifica il paesaggio in un placelessness del pay and play, con l’immancabile audio (?) a volume troppo alto che fa venire in mente Pavese: “i professionisti dell’entusiasmo sono la più nauseante delle insincerità, quella che ci fa sentire più tragicamente soli e sperduti.

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Lo scialpinismo può essere la nostra forma di resistenza, il nostro tentativo di risposta al turismo senz’anima. Scegliamo deliberatamente di concedere del tempo: la traccia, il sentiero, la salita. L’andamento degli impluvi, la linea delle creste, quale grana ha la roccia, il nome del corso d’acqua; dove si accumula la neve, la direzione dei venti prevalenti. L’esperienza del territorio non può fare a meno, non desidera rinunciare alla lentezza e nemmeno alla fatica: è qualcosa che ha a che fare con il soddisfare un desiderio.
Poggiare il passo sul sentiero, caricare lo zaino, recuperare la sensibilità delle dita infreddolite; scendere fino al ruscello per dissetarsi, bere dell’acqua ed essere almeno un poco, ancora per un poco, interamente del posto, piacevolmente sensibili e feriti dalla grandiosa maestosità del paesaggio montano innevato.

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Molto difficile fissare queste mie riflessioni in un’immagine; del tutto inutile, sospetto, affidare queste considerazioni ad un social, è amarissimo e drammaticamente attuale W. Benjamin. “La percezione [moderna] è eminentemente temporale e cinetica, la modernità ha sovvertito la possibilità di un osservatore contemplativo, non esiste un accesso puro a un singolo oggetto, la visione è sempre multipla, contigua e sovrapposta ad altri oggetti, desideri e vettori. […] nel contesto della modernità la percezione non rivela mai il mondo come presenza“.

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