l’impronta

La polizia municipale fermava le auto già a Tuenno impedendo l’accesso alla Val di Tovel satura di veicoli e di gente. Tanto meglio, il Lago è splendido anche visto dalla cima del Monte Alto: il lato ad Ovest è un precipizio a picco sulle antiche frane che sbarrarono il corso del Tresenga, dall’altra parte invece si sale il versante fuori sentiero in un bosco aperto di abete e larice, carico di biodiversità, l’habitat elettivo dell’orso bruno. L’ esemplare che ha lasciato queste tracce grandi e profonde è ancora in giro, in cerca di cibo. Nessun timore, e però la sensazione (non certo spiacevole) che non siamo soli e non siamo i padroni; c’è nel folto del bosco un qualcosa di irriducibilmente non umano, non domestico, autonomo e diverso. Segno il punto e scatto la foto, voglio inviarla ad un amico esperto faunista.

Il messaggio di Filippo Zibordi arriva mentre stiamo rientrando:
“[…] nella foto si vede la dimensione di uno scarpone confrontandolo con l’osso sesamide (quel rigonfiamento tondo, quasi una palla, staccato dal resto dell’impronta, a destra nella seconda foto), direi che sei incappato in un bell’esemplare adulto, il cui sogno è senza dubbio di trovare ancora della bella frutta per completare l’immagazzinamento iperfagico prima dell’ibernazione”

Nel traffico della tangenziale il messaggio di Filippo mi fa pensare anche ad un’altra impronta: la colossale impronta ecologica del nostro modello di sviluppo, perciò ecco il quesito: quale delle due è bene temere di più?

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